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#Iosonoqui

Lost in Translation

di

Stéphane (l’ineffabile Alain Chabat) da tutta la sua vita gestisce un bel ristorante nei boschi del sud/ovest francese, alle prese con i problemi professionali e privati di un imprenditore di mezza età, social compresi (la lotta quotidiana con Tripadvisor). Stéphane ha un bel po’ di spleen, è separato da anni e ha due figli grandi con i quali non comunica molto, anche se uno dei due lavora con lui. Un po’ troppo perso nelle sue piccole ambasce esistenziali, inizia a frequentare Instagram, dove entra in contatto con una giovane pittrice coreana, con la quale scambia messaggi e qualche videochiamata. Dopo averle ordinato e aver ricevuto un bel dipinto, un giorno, di colpo, decide di partire per Seul, lui che non ha mai messo piede fuori dal suo paese. Là troverà una situazione inaspettata, che lo costringerà a dare fondo alle sue risorse, a mettere mano alle sue certezze, a cercare per davvero il mitico viale dei ciliegi fioriti. Stéphane si aggira per giorni interi per l’aeroporto, prima di trovare il coraggio di avventurarsi nell’enorme metropoli, in mezzo a gente dalla lingua e dagli usi così diversi, cucina compresa. Nel frattempo però è diventato un divo assoluto di Instagram come “Frenchlover”, con l’hashtag Iosonoqui. Passerà indenne attraverso vari incidenti di percorso, con la sua ingenuità sincera e l’insita gentilezza d’animo, la leggerezza un po’ goffa di chi è inesperto delle cose della vita di oggi ma ha la capacità di riconoscere i propri errori e di trarne insegnamento, di capire che il distacco dalla vita famigliare che gli ha allontanato i figli e fatto perdere la moglie è forse dipeso anche da un’incapacità di comunicare, di aprirsi. Ma la sua inesperienza e l’incoscienza di buttarsi a capofitto giocheranno a suo favore, come tardivo premio a una vita giocata in chiusura. Più si è lontani da casa, da tutto il guscio protettivo (e castrante) che ci siamo costruiti intorno, più possibilità ci sono di aprire gli occhi e di vedere il mondo e noi stessi sotto una luce diversa. Nel suo palese mix fra The Terminal e Lost in Translation, #iosonoqui rimescola e sfrutta a suo vantaggio molti stereotipi vecchi e nuovi, facendosi guardare con un sorriso, grazie anche all’interpretazione misurata di Alain Chabat, faccia notissima del cinema d’oltralpe. Il film diretto da Éric Lartigau (La famiglia Bélier, Gli infedeli) è una di quelle commedie francesi che ci fanno solitamente dire che certi film li sanno fare proprio solo i francesi. Per un’impalpabile leggerezza, per lo humor leggero e una sottile vena di malinconia, per la capacità di entrare in sintonia con lo spettatore così come farà il protagonista con la sua situazione, con chi lo circonda, adeguandosi alla filosofia coreana del “nunchi”, che insegna a entrare in contatto con il prossimo senza bisogno di troppe spiegazioni, di “capire”, di comprendere, facendole nostre, anche le suggestioni più lontane.

piacevole

7